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domenica 16 luglio 2023

La Cosa is back

Sì, Lei è tornata. Più piccola, meno stronza, ma è tornata.

L'ho scoperto l'8 maggio scorso, quando alla sera ho ricevuto l'esito della risonanza magnetica fatta al mattino.

E' stata come sempre strana e misteriosa (le piace così!): posizione assurda, nessuna certezza da parte dei markers tumorali,... ma forse non così inaspettata. Io, più il tempo scorreva, più mettevo in conto il suo ritorno.

E' stato tutto molto veloce, rispetto alla sua visita di 7 anni fa: al 18 di maggio sono tornata in ospedale per parlare con il ginecologo dell'esito, lui ha richiesto la revisione delle immagini e la discussione multidisciplinare con gli altri dottori, l'1 giugno sono tornata per avere il responso della discussione e mi è stato annunciato di essere stata messa in lista di attesa per farmi operare entro un mese, il 22 giugno ho fatto il pre-ricovero e al 28 giugno sono stata operata. Meno di 2 mesi da quando l'abbiamo vista e già la Cosa (anzi, la Cosina, visto che era di solo 2/3 cm), è stata rimossa.

L'operazione è andata bene, la ripresa anche, pur essendomi resa conto che in 7 anni il mio corpo è invecchiato e ha faticato di più a tornare al 100%. Non ho cicatrici in più, ma ho rinfrescato le precedenti.

Oggi sono qui a chiedermi quando e se Lei tornerà a farmi visita, se è ancora nascosta con qualche briciola di sè dentro di me. Una domanda senza senso, forse... o forse no.

venerdì 25 gennaio 2019

Sai quel luogo che sta fra il sogno e la veglia...?

Al mattino ho tre sveglie.
Sì, lo so, non è il massimo.
Ho tre sveglie perché alzarsi dal letto per me è sempre incredibilmente traumatico.
Non so se il lasso di tempo che intercorre tra il suono di una sveglia e l'altra sia più efficace che deleterio ma, al momento, non posso farne a meno: rischierei ogni giorno di riaddormentarmi e non andare al lavoro.
Oggi, tra la sveglia delle 7:40 e quella delle 8:00 mi sono riaddormentata.
Quel sonno sufficientemente profondo da sognare.
Quel sonno sufficientemente leggero da ricordare tutto alla perfezione.
Ho fatto un sogno. Un sogno - inevitabilmente - breve, ma di un'intensità che mi ha disarmato.
Mi ha tranciato le gambe. Questa è l'espressione che ho subito pensato e che mi sono appuntata per non perdere quella sensazione che, nella frenesia del mattino, rischiavo di lasciar scivolare via.
Tutti i sogni, mentre li vivi, appaiono assolutamente realistici e credibili, poi però ti svegli e ti rendi conto dell'assurdità della presenza di una certa persona, o del modo strano e pazzesco con cui mutano tempi e luoghi, o del fatto che nella realtà certe cose non le faresti o potresti mai fare.
Il mio sogno di oggi, però, era incredibilmente realistico, verosimile, potrei definirlo quasi tangibile.
Come se ciò che ho sognato di dire, fare, toccare, annusare e provare lo avessi davvero detto, fatto, toccato, annusato e provato. Come se mi fossi trovata in un'altra dimensione altrettanto reale a quella in cui sto vivendo ora.
Come se... e invece non lo so...

lunedì 17 settembre 2018

Trenta

La mezzanotte è scoccata e io ho appena compiuto 30 anni.
Sì, quando lo dico in pubblico faccio anche io quell'espressione da "oddio, sto diventando vecchia, fermate il tempo per favore!", ma la verità è che questo cambio di decina non mi sta facendo paura.
Sarà che tutti (mia nonna in primis) mi dicono che sono molto più luminosa, bella e raggiante ora, di quanto non lo fossi 2 o 3 anni fa...
Sarà che il numero 30 mi piace (forse grazie all'università?! ahah)...
Sarà che compiere gli anni, nonostante tutto, mi è sempre piaciuto tantissimo!
30 anni sono forse quella via di mezzo tra l'essere alla ricerca e l'essersi trovati.
E' un'età "ibrida" dove si riesce a godere ancora della spensieratezza giovanile, ma si iniziano anche a ricevere i frutti delle proprie scelte di vita.
Insomma, questi 30 anni a me piacciono.
E mi piaccio io, a 30 anni.
Mi guardo indietro - perché è questo che ci fanno fare i compleanni, e ancor più, il raggiungimento di una cifra tonda - e vedo un bel cammino, ricco di salite e discese, muri, mari da attraversare a nuoto e cieli da sorvolare senza bisogno di ali.
Non sono affatto la Silvia che pensavo di diventare 10 anni fa, né meglio né peggio, ma solo diversa.
Ho fatto scelte che non pensavo avrei fatto, incontrato ostacoli che mai avrei preventivato, reagito alla vita come non mi sarei mai aspettata da me stessa.
E ora mi rigiro a guardare in avanti, immagino la Silvia che sarò a 40 anni e so per certo che or di allora sarò ancora diversa.
Ho tanti sogni, speranze, aspettative - accompagnate, certo, anche da qualche paura - e non vedo l'ora di scoprire cosa mi riserva il futuro.
Auguri a me! Buon compleanno, Silvia!

sabato 21 ottobre 2017

Le lacrime belle

Oggi ho avuto un flashback.
Uno di quelli da film.
Stavo andando al centro commerciale perché era da alcuni giorni che sentivo la voglia irrefrenabile di comprare qualcosa per me.
Ho sbagliato strada, prendendo l'itinerario meno diretto.
Ho fatto una strada che in realtà ho fatto un milione di volte in questi due anni.
Eppure, oggi, quella strada mi ha spiazzato più di tutte le altre volte.

Sono passata di fronte ad una clinica, ho percorso un tratto di strada affiancato da alcuni parcheggi.
Ed ecco: il parcheggio in cui avevo lasciato la macchina prima di entrare in quella clinica nel luglio del 2015 mi ha frastornato il cervello. Lì è dove ho fatto la prima ecografia e quel posto auto è stato il punto esatto in cui ho pianto per la prima volta per "colpa" della Cosa.
Ero sola, e sono contenta che sia stato così.
Ero confusa.
Lì, in realtà non sapevo che si trattasse della Cosa. O meglio, la Cosa era appena diventata la Cosa, non era ancora un tumore. Ma forse si.
In ogni caso lì avevo saputo che, tumore o non tumore, il mio ovaio sinistro sarebbe stato da rimuovere.
Ricordo di essere stata seduta sul sedile della macchina immobile per parecchio tempo.
Ricordo di aver chiamato Giulia, la mia migliore amica.
E ricordo che ad un certo punto mi sono costretta ad accendere il motore per tornare a casa.

Perché racconto tutto questo ora? Non lo so.
Forse perché questi piccoli dettagli di storia fino ad ora sono rimasti solo miei, sovrastati - nelle "precedenti puntate" da aspetti più dirompenti, dalla necessità di far scorrere il racconto.
Ora, però, il racconto è finito (o nella peggiore delle ipotesi, è in stand-by) e le maglie si allargano per fare spazio ai piccoli momenti, quelli poveri di sostanza, ma ricchi di emozioni.

Oggi in macchina ho pianto, rivenendomi in quel parcheggio. Ma sono state lacrime belle. Io le chiamo così.
Esistono e sono le più incredibili di tutte le lacrime. Le lacrime di quando pensi ai pianti dolorosi che sono passati e ti hanno innaffiato per permetterti di crescere e di diventare la persona che sei oggi.

martedì 2 maggio 2017

Un anno.

Un anno.
365 giorni.
Questo è il tempo che è trascorso dalla prima infusione.
Sì, così si chiama. Come quando prepari il tè alle quattro del pomeriggio.
Ma ciò che viene infuso non sono dense e profumate foglie aromatiche. È veleno, e finisce dritto dritto nel tuo corpo.
Il 2 maggio 2016, a quest’ora, stavo terminando la mia prima seduta di chemioterapia.
La ricordo bene: i due tentativi per prendere una vena buona; il quasi svenimento nei primi 15 minuti, confessato solo settimane dopo alla mia mamma per non farla spaventare; la sensazione mista di paura e spavalderia.
Ricordo il desiderio di scrivere e - il mio primo giorno - lo avevo anche fatto, quando credevo che le forze mi sarebbero bastate anche nei giorni successivi, quando nel pomeriggio solo andata a fare zumba, come se nulla fosse.
Un anno.
Il calendario non permette di dimenticare, ma anzi, ci invita a fare bilanci, a ricordare avvenimenti, a festeggiare anniversari. E questo mi piace. Perché lo trovo importante.
Io oggi ricordo, commemoro l’inizio di una lotta di cui vado fiera, una lotta che mi ha tolto alcune cose, ma che me ne ha donate molte di più.
Stamattina Facebook e il suo “accadde oggi” mi ha permesso di rileggere i più di 80 commenti che amici e conoscenti mi hanno lasciato sotto alla foto dove annunciavo l’inizio della terapia. Beh, non ho potuto che piangere sul cuscino per tutto quell’affetto e, più ancora, per tutta la stima che trasudava da quelle parole; poche, a volte quasi scontate, ma che hanno un valore inestimabile per chi in quel momento ne ha bisogno.
A un anno di distanza non posso che essere felice di dove sono ora. Domani vado a firmare il consenso per togliere il port-a-cath dal mio petto. La lotta non è mai finita, perché la vita stessa è una lotta, in tutte le sue sfaccettature; ma quella battaglia sì, quella battaglia è terminata e io ho vinto.

domenica 12 febbraio 2017

La Cosa. Epilogo

La storia è finita.
Potrei non aggiungere nulla, ma devo.
Devo aggiungere, devo dire, devo comunicare.
Devo dire grazie. A chi?
Non spaventatevi.
Io oggi, devo dire grazie a La Cosa.
Devo dire grazie alla mia malattia, al mio tumore maligno, al mio cancro dal nome strano.
Devo dire grazie a quella prima cellula che è impazzita nel mio ovaio sinistro.
E' un po' da matti, vero?
Non ne dubito.
Ma, forse, io un po' matta lo sono sempre stata, e quindi è del tutto normale.
Voi penserete che esagero, che mi sto sforzando, che è una cosa che ho elaborato ora, a distanza di tempo.
E invece no, dovete credermi. Il mio grazie non è retorico, non è a posteriori.
Questo post è nella mia mente già da un sacco di mesi.
Questo grazie è già nella mia mente da un sacco di mesi.
Non è un modo di andare avanti, guardando da lontano, non è un modo di scavalcare il muro. Io questo l'ho già fatto.
Questo post non è per me. Io so già quanto sono grata alla mia storia.
Questo post è per voi, e io mi auguro che voi ci crediate, perché non sprecherei parole se non sapessi quanto sia importante.
Ho sentito molti raccontare che la malattia li ha cambiati.
Beh, io invece dico grazie al mio tumore, perché non mi ha cambiato affatto.
Il mio tumore, La Cosa, mi ha "solo" permesso di avere maggior consapevolezza di me.
Non mi ha reso più forte di ciò che ero, ma mi dato l'occasione di mostrare al mondo la forza che io ho sempre saputo di possedere.
Avrebbe potuto farmi sentire impotente, e - lo ammetto - in qualche frangente lo ha fatto, ma mi ha fatto sentire soprattutto padrona della mia vita.
Il tumore mi ha dato l'occasione di essere irreparabilmente vera. Irreparabilmente Silvia.
La Silvia di cui vado fiera, anche quando diventa intollerante e manda a quel paese la gente.
Io, grazie al mio tumore, mi piaccio ancor più di quanto non mi piacessi prima.
E come si può non ringraziare per questo?
Io che credo fortemente nella volontà, nel potere delle scelte.
No, io non tornerei mai indietro.
Se qualcuno volesse prendersi la malattia al posto mio, gli direi di non provarci neanche, di non togliermi per nessun motivo al mondo questo grande dono che ho ricevuto.
Sofferenza annessa.
Dobbiamo imparare ad avere un po' meno paura, a fidarci di noi stessi, a vivere le nostre emozioni, a sentirci fortunati, dobbiamo imparare che non è vita senza sfide, che bisogna lasciare andare qualcosa per poter ricevere altro.
Dobbiamo gioire quando ci sentiamo in bilico e percepiamo la contraddizione dentro di noi. Perché quelli sono i momenti in cui si sceglie chi si vuole essere.
Qualcuno ha detto: "Più grande è la lotta, più glorioso è il trionfo". Ed è maledettamente vero.

lunedì 12 settembre 2016

La cosa. Parte quinta

Ora, vorrei che questa fosse la parte della storia raccontata meglio. Vorrei che leggendo, voi capiate davvero cosa sono stati i miei 2 mesi di chemioterapia. Il racconto è davvero lungo. Parto dal primo ciclo.

Cosa sapevo prima di iniziare.
I cicli di terapia che avrei dovuto fare sarebbero stati due o tre, in base a come sarei riuscita a reggerli.
Ogni ciclo avrebbe avuto la durata di 3 settimane: durante la prima avrei fatto terapia cinque giorni di fila per circa quattro ore al giorno, durante le due settimane successive un solo giorno per un'ora scarsa.
I farmaci chemioterapici sarebbero stati 3 (Cisplatino, Etoposide e Bleomicina).
Avrei perso i capelli.
Avrei potuto avere tutta un'altra lunghissima serie di effetti collaterali: nausea, vomito, vene che "spariscono", abbassamento dei globuli bianchi e delle piastrine, stanchezza, dolori muscolari e ossei e molti altri che ora nemmeno ricordo più.
Avrei avuto molti farmaci da prendere costantemente o all'occorrenza.

Primo ciclo (2 maggio - 17 maggio)
Il mio spazio consiste in 3 metri quadrati all'incirca, con me una poltrona grigia gran comoda, un ago in vena e una grande bottiglia d’acqua da sorseggiare di continuo.
Non mi posso proprio lamentare dell’ambiente. Qui è tranquillo, le infermiere sono brave, con un giusto grado di sensibilità.
Cosa non mi piace? Farmi bucare. Durante i primi due giorni penso che questo sia il momento peggiore di tutti, più di quando ti iniettano sostanze fredde o “pizzichine”, più di quando ti iniettano i farmaci chemioterapici. Tutto perché io le vene le ho brutte, piccole, poco visibili. Ho le vene brutte e devo farmene una ragione. Nei primi due giorni conto già 4 buchi. A questo punto la via percorribile più auspicata è quella di installare un piccolo catetere venoso centrale grazie al quale non sarà più necessario bucarmi le braccia: il port-a-cath. Mi mettono in lista d'attesa e nel frattempo si prosegue con le braccia e le mani.
I primi due giorni passano, vado anche a fare zumba, mi taglio i capelli e sì mi sento un po' più debole e assonnata del solito, ma insomma, se è tutto qui questa chemioterapia sarà una passeggiata.
Il terzo giorno vado in macchina da sola a trovare le mie colleghe a scuola. Un piccolo zombie assonnato ma che ancora ce la fa. Forse inizio ad avere un po' di mal di stomaco, non ricordo con esattezza.

E poi? Poi arriva giovedì e giovedì inizia l'inferno. In ospedale scalpito, le quattro ore iniziano a farsi impegnative, mi faccio mettere una coperta perché inizio anche a tremare, a casa inizia la nausea, nonostante gli antiemetici. Vomito. Le forze stanno a 0, la voglia di mangiare sotto le scarpe. Mi sposto a dormire nel lettone con la mamma.
Venerdì in ospedale mi tocca la stanza lilla.
Piccola parentesi.
A Lecco i pazienti oncologici che devono fare la chemio, vengono suddivisi in 2 gruppi: soli e lune.
Ogni giorno ogni gruppo viene sistemato in un locale - quello più grande ha i piccoli vani con le tende dove ti può sempre avere vicino un amico/parente, l'altro è la cosiddetta stanza lilla dove si sta tutti insieme senza divisori e non è permesso avere accompagnatori se non per qualche minuto.
Ecco, mi tocca la stanza lilla. Inizio mentalmente a disperarmi perché, benché la presenza di mia madre non cambi il mio stato fisico durante la terapia, la sua presenza mi rassicura psicologicamente. E vi assicuro che quando si sta così male, avere qualcuno che sia lì con te è fondamentale.
Fortunatamente la Robi, una delle mie infermiere, legge il malessere che ho stampato in faccia e mi fa accomodare nell'unico letto, che si trova in uno spazio attiguo alla stanza lilla, dove mia mamma può restare tutto il tempo.
Durante la terapia tremo, tremo tantissimo, forse ho freddo, ma la sensazione che ho non è proprio quella. In ogni caso mi faccio dare un lenzuolo e mi copro. Tenere gli occhi aperti è un'impresa titanica, mi arrendo e ascolto la musica con gli auricolari. Provare a dormire nel frattempo è l'unica scelta saggia che sembra esserci.
Viene a farmi visita una delle dottoresse, forse mi aggiungono una dose di antiemetico, non ricordo bene. Dice che per il prossimo ciclo valuteremo se ricoverami invece che fare il day hospital, visto come sto reagendo alla terapia. Non bene.
Io non vedo l'ora che tutte quelle goccioline finiscano di cadere e che i sacchetti con i farmaci si svuotino. Non vedo l'ora di tornarmene a casa, nel letto. Non vedo l'ora che il tempo passi.
Ma il tempo sembra aver preso un altro ritmo. Non passa, non passa mai.
Il mio cellulare squilla spesso, tempestato di messaggi da amici cari e da persone che non vedo e/o sento da una vita, ma le forze per rispondere non ci sono.
A casa esistono solo il divano e il letto. Più il letto.
Un letto che mi accoglie stanca e senza energie, che mi vede rigirarmi spesso, addormentarmi e svegliarmi ad ogni ora del giorno e della notte. Io voglio solo dormire, per non sentire niente. Voglio solo dormire e vedere che il tempo è passato nel frattempo.
Mangiare e bere è una sfida: quando finisco una tazzina da caffè riempita a metà di gelato si festeggia. L'unica cosa che ho minimamente voglia di sorseggiare è il succo all'albicocca.
Il tempo non passa.
Il tempo non passa.
Il tempo non passa.
Sembra di non star vivendo veramente.
Non sento un unico dolore acuto, come quello di un taglio o di un forte mal di pancia.
Il malessere è distribuito in tutto il corpo, non è acuto ma è costante, di quella costanza che dà sfinimento.
Penso che non ce la farò a resistere, penso che sono solo al primo ciclo ma che mi basta e avanza, penso che non può esiste un malessere più grande. Penso - e mi spaventa avere oggi la consapevolezza di aver avuto questo pensiero - che ora capisco chi chiede l'eutanasia, perché vi assicuro che vivere sentendo la fatica di respirare e persino la fatica di stare seduti sul divano, non è vivere, è un sopravvivere malvagio.
E siamo a sabato, e sabato non è tanto diverso da venerdì. C'è fatica a fare tutto. La bilancia segna 4 kg in meno, non riesco nemmeno a guardare la televisione: troppo impegnativo anche quello. Il senso di estraneità dalla vita persiste.
Mi sveglio domenica mattina e sembra di stare meglio. Arriva la mia Rosy, l'infermiera del reparto che conoscevo già perché abita nella mia stessa frazione, mi fa la puntura di cortisone e quella di plasil. Mezz'oretta dopo sfioro il collasso, respiro a fatica, il battito è accelerato, di riuscire ad alzarmi dal letto non se ne parla. Mia mamma richiama la Rosy e sente il medico di famiglia che viene a visitarmi. Mettendo insieme le informazioni, l'unica ipotesi che potrebbe spiegare tutto che io reagisca male al plasil. Quella sera e il giorno successivo evitiamo quindi di iniettarmelo ulteriormente ed effettivamente episodi come quello di domenica mattina non si ripresentano.
Domenica pomeriggio riesco addirittura a guardarmi un paio di film in tv e a mangiare un toast intero.
Martedì vado a fare il richiamo settimanale di bleomicina: una passeggiata in confronto della settimana appena passata.
Piano piano si inizia a risalire dal baratro e mi convinco che posso tornare a scuola. Giovedì mattina mi sveglio decisa ed entusiasta, faccio le scale per andare a vestirmi ma arrivata in cima devo assolutamente sdraiarmi sul letto per non svenire. Un simpatico calo di pressione ha deciso di farmi visita. Aspetto mezz'oretta, convinta che la pressione non possa rimanere bassa a lungo e invece no, devo rimettere in tasca la mia idea di uscire e passo tutta la giornata a bere Gatorade all'arancia rossa. All'alba delle 19:00 finalmente la massima decide di superare la barriera del 100 e festeggio uscendo a mangiare una pizza con la mia migliore amica.
Il giorno successivo non mi ferma nessuno, finalmente vado a scuola a sfoggiare davanti ai miei alunni il mio nuovo taglio di capelli, una bambina mi dice che così sembro una cantante famosa. Vi amo!
La terza settimana del primo ciclo inizia in modo traumatico: è arrivato il mio turno di mettere il port-a-cath. L'attesa fuori dalla sala è snervante. Di fronte a me si siede una coppia. Lui è lì per rimuovere il port. Non ho chiesto nulla, eppure decidono di parlarmi. Lei mi dice che il marito sono cinque anni che ha il piccolo catetere venoso, mi dice che non dà fastidi, che non ci si accorge nemmeno di averlo. Io nella mia testa penso solo ad un gigantesco vaffanculo che vorrei urlarle in faccia: io non sono un uomo di 50 anni sposato, sono una ragazza di 27 single e con l'estate alle porte. Ma cosa parla a fare? Lei che non ha un serbatoio di titanio che le sporge dal petto, cosa vuole saperne?
Ma, ancor peggio della conversazione in sala d'attesa, c'è l'operazione. Con degli aghi lunghissimi mi fanno l'anestesia locale. Brucia. La testa è bloccata girata verso sinistra con sopra un telo che mi impedisce di vedere, per fortuna. Le orecchie però ci sentono benissimo e tra un "tampona il sangue", "bisturi" e "sto facendo un po' fatica perché hai i tessuti muscolari giovani e forti", passo una mezzora che definire traumatica è poco. Le lacrime non smettono un attimo di scorrere, ho paura. Non vedo l'ora che sia tutto finito, voglio andarmene. Quando anche l'ultimo punto è messo, mi staccano da tutto e posso finalmente uscire da quella stanza delle torture. Passo le ore successive in reparto in osservazione e poi finalmente a casa dove piano piano il dolore inizia a farsi sentire. Mi rimpinzo di ghiaccio e alla fine cedo anche ad una tachipirina.
E siamo a martedì 17, l'ultimo giorno del primo ciclo. Mi somministrano per la prima volta la terapia dal port. Effettivamente rispetto alla caccia alle vene è di una gran comodità.

sabato 6 agosto 2016

La Cosa. Parte quarta

Lunedì 29 febbraio 2016.
Per un tumore raro meglio scegliere una data rara. Eccomi in ospedale ad indossare - di nuovo - il meraviglioso camice coi lacci sulla schiena, la cuffietta verde e le immancabili calze operatorie che ti stringono le gambe come due bei salsicciotti. Il reparto è sempre l’accogliente week surgery dell’Ospedale di Lecco dove ritrovo le mie infermiere. Mi piace la week surgery! Ad operarmi è sempre lui: il primario di ginecologia che a tagliarsi i baffi simmetrici proprio non ci riesce (glieli controllo sempre). Il momento di scendere verso la sala operatoria è sempre particolare, perché è lì che si inizia ad avere la paura un po’ più vera, quella fisica. Sembra che il tuo corpo d’improvviso sia dieci volte più ricettivo, senti ogni muscolo, ogni respiro, la temperatura che cambia. Le infermiere stemperano la tensione con qualche chiacchiera di circostanza, dopo le immancabili domande sul nome e la data di nascita. Poi arriva il buco nel braccio per la flebo, l’entrata in sala operatoria, l’arrivo dei medici, la sistemazione sul tavolo operatorio con relativa svestizione e uno, due, tre, quatt…
Il risveglio un po’ me lo ricordo: l’anestesia è stata decisamente più leggera dell’altra volta. Ero in una saletta con un altro paziente a fianco e un infermiere (o forse era l’anestesista) di fronte a me. Mi dice che dobbiamo aspettare ancora un attimo e poi saremmo saliti. Ok, non ho fretta, non ho preso altri impegni per la giornata. Ad attendermi in camera, come sempre, c’è la mamma. La ripresa da questo intervento è veloce e per poco non scampo anche il vomito (un solo episodio prima di addormentarmi). Il medico ci riferisce che l’intervento è andato bene e che a livello macroscopico non hanno trovato nulla. Il giorno successivo vengo subito dimessa, con la prescrizione di 18 punture nella pancia. Ok, ormai me ne son fatta una ragione, tanto che ho imparato anche a farmele da sola. La dottoressa mi chiede quanti giorni sento di dover stare a casa dal lavoro, butto là un “due giorni?” ricevo in risposta un “mmm… di solito per questo tipo di intervento diamo due settimane”, alla fine ci accordiamo per quattro giorni a cui avrebbero fatto seguito un sabato ed una domenica. A casa mia non esiste stare così tanto lontana da scuola, e non certo per stacanovismo, semplicemente amo il mio lavoro. Passano i giorni, i tre piccoli tagli dell’intervento si rimarginano, i punti si sciolgono, riprendo con la dovuta attenzione ad andare in palestra e a fare gli addominali, vado a Berlino per le vacanze di Pasqua. Poi arriva il giorno del ritiro dei referti istologici.

Lunedì 4 aprile 2016.
Ci sono positività. Sono piccole, proprio a livello cellulare. Ma ci sono. Le linee guida in questo caso suggeriscono caldamente la terapia: chemioterapia con schema PEB. Prima di iniziare si susseguono esami di ogni sorta: TAC, PET, spirometria, ecocardiogramma, esami del sangue. E, ovviamente, la visita oncologica dove mi spiegano bene come funzionano i cicli di terapia. Mi dicono che, dal momento in cui inizierò la terapia, fino alla fine dell’anno scolastico molto probabilmente non riuscirò ad andare al lavoro. In quel momento questa è la cosa più difficile da accettare.

Lunedì 2 maggio 2016.
Primo giorno di chemioterapia.

sabato 4 giugno 2016

La Cosa. Parte terza

Ovociti archiviati, mi posso concentrare sulla chemioterapia e capire effettivamente cosa mi aspetta.
Il 10 novembre vado a fare la prima visita in oncologia all'Ospedale di Lecco. Ad accogliermi c'è una dottoressa giovane, si chiama Federica e devo dire che mi ispira fiducia. Federica mi spiega che dovrò fare 6 cicli di chemioterapia, che ogni ciclo prevede un'infusione di farmaci per vena, che ogni ciclo dura tre settimane; mi fa leggere l'informativa che presenta tutti i possibili effetti collaterali, mi fa firmare il consenso al trattamento. Da parte mia mi interessa solo sapere quali giorni dovrò stare a casa dal lavoro e su riuscirò a portare aventi tutte le mie attività quotidiane.
Fissiamo la data di inizio: 19 novembre.
La scrivo in agenda, come se potessi dimenticarmene.
Mi faccio il mio programma mentale e penso che se dovrò diventare calva, è bene che prepari i miei alunni alla cosa. Così, nei giorni seguenti mostro a scuola questo video:
Ho deciso di partire così, senza preamboli. Alla fine del video ho spiegato loro che, come quel bambino, anche io avevo un drago dispettoso nella pancia, anzi, che in realtà il drago era già stato eliminato, ma che poteva aver lasciato delle uova da cui sarebbero potuti nascere altri draghetti e per questo dovevo fare anche io le flebo con le goccioline azzurre.
Può sembrare difficile parlare ai bambini di queste cose, in realtà non lo è affatto. Con loro ho usato la parola tumore, ho spiegato loro che i tumori possono venire a qualsiasi parte del corpo, gli ho prospettato la caduta dei capelli. Loro hanno fatto domande, anche quelle che un adulto avrebbe paura di fare e io ho risposto senza mai mentire. E loro hanno capito tutto ciò che c'era da capire.

A una settimana esatta dalla visita e alla vigilia degli esami del sangue pre-chemio, arriva poi una novità: la dottoressa del Centro dei Tumori di Milano mi chiama per dirmi che ha riguardato meglio i risultati dell'esame istologico e che lo stadio del tumore è da rivalutare, non più 2B, ma 1C. A questo punto le indicazioni mediche non andrebbero più verso la scelta della chemioterapia, ma si ridurrebbero a controlli periodici. La notizia è bella, ma sul momento in realtà mi fa arrabbiare: dovrebbe essere una esperta a cui affidarsi una dottoressa che su due piedi leggendo in trenta secondi la tua cartella ti dice di fare la chemioterapia, per poi aspettare tre settimane per riguardare bene i risultati e cambiare idea? In più non sopporto l'incertezza. Nella vita ho sempre avuto il bisogno di sapere, di darmi una forma in testa di quello che deve essere e quando tutte le carte vengono rimescolate, faccio fatica a stare in equilibrio.
A questa telefonata seguono varie comunicazioni tra i medici e si ufficializza la sospensione della terapia (e meno male che non l'avevo ancora iniziata!).
Il 10 dicembre vado a fare una visita ginecologica di controllo ed ogni possibile novità viene rimandata a febbraio, quando dovrò fare una laparoscopia di sorveglianza di cui tutti conosciamo già gli esiti... ma a questo arriveremo bene la prossima volta.

mercoledì 11 maggio 2016

La Cosa. Parte seconda

Ci sto mettendo parecchio a scrivere questa storia, forse perché necessita di distacco, di tempo.
E ho deciso di prendermi tutto il tempo necessario, perché penso che in fondo me lo merito tutto e sia giusto così.
Dove eravamo rimasti?
Sì, all'8 ottobre 2015. Un tumore. Era proprio un tumore.
Sì, ma non un tumore facile: un tumore raro. Un tumore che in Italia rappresenta il 12% di tutti i tumori stromali e dei cordoni sessuali che a loro volta sono il 6% dei tumori ovarici che a loro volta ancora rappresentano il 3% dei tumori femminili; contando che sempre in Italia si calcola che circa 1 donna su 3 si ammala di tumore, significa che il tumore alle cellule della granulosa colpisce circa 2 donne in Italia ogni 10.000! Tac! Non me lo sono lasciata sfuggire!!
Sembra assurdo, ma a dire la verità forse è anche consolatorio che sia così: se proprio devo ammalarmi che almeno tutto questo porti a nuove conoscenze! Giorgio mi ha detto che ha parlato del mio tumore ad un qualche convegno di medicina, o qualcosa di simile...
Lato negativo della medaglia: a Lecco non hanno mai avuto altri casi del mio tumore, quindi dopo consulti vari tra ginecologi e oncologi, il consiglio è quello di sentire il parere di qualcuno più esperto. Con mamma vado allora al centro tumori di Milano a far rianalizzare i vetrini dell'operazione e a sentire il loro parere. Al primo ed unico incontro mi vengono date due alternative che non hanno per nulla l'aspetto di scelte. La dottoressa che mi riceve mi dice chiaro e tondo senza mezzi termini che secondo lei c'è da fare la chemioterapia per la presenza di almeno due fattori di rischio: la positività riscontrata sulla parete esterna della cisti e il fatto che durante l'operazione la cisti si fosse rotta.
L'alternativa? Non accettare il suo consiglio. Ma come si fa a non fidarsi del parere di una persona che studia e lavora tutti i giorni per combattere i tumori?
Tralasciando la banalità a cui tutti subito pensano dei capelli, la prospettiva è quella di una terapia che in realtà fino a che non ci sei dentro non conosci assolutamente, Nella pratica, in cosa consiste la chemioterapia? Scopro che ne esistono diverse tipologie, con farmaci, modalità di somministrazione e tempistiche completamente diverse. Scopro che la chemioterapia che dovrei fare dovrebbe uccidere le cellule malate, ma potrebbe danneggiare anche quelle sane dell'ovaio destro. Scopro che in questi casi ti consigliano di fare un prelievo di ovociti, per metterli da parte per ogni eventualità.
E così ci imbarchiamo anche in questa avventura, questa volta in una clinica di Monza perché a Lecco non si occupano di crioconservazione (e aggiungiamo una nuova parola al mio vocabolario!)
La racconterò in breve, perché così è stata: meno di due settimane dalla notizia e già avevo dei potenziali figli in provetta congelati.
A Monza sono andata pressapoco tutti i giorni per 10 giorni a fare visite di controllo, dove mi venivano contati e misurati i follicoli in crescita. Ad ogni visita uscivo con la prescrizione di una o due punture ormonali da fare la sera stessa. In una settimana ho passato tutti gli umori possibili: serenità, tristezza, rabbia, nervosismo... sono stati giorni strani.
Strani e pure dispendiosi perché - bisogna dirlo - quando ti capitano queste cose, se sei fortunato e hai una famiglia che ti aiuta e finanzia puoi fare tutto, altrimenti ti attacchi al tram: le simpatiche punture quotidiane avevano il modico prezzo di circa 60€ l'una, l'operazione del prelievo degli ovociti e la crioconservazione per il primo anno sono 300€, ogni successivo anno di conservazione sono altri 100€. Garanzie che tutto questo tornerà utile / sarà stato necessario? Zero.
Il risultato finale sono stati 3 ovociti idonei e crioconservati, quindi, ora come ora, da qualche parte ci sono delle mie cellule surgelate in qualche frigorifero. Che cosa strana!
Siamo solo ancora al 9 novembre 2015. Il racconto è ancora lungo, ma per oggi mi fermo qui.

sabato 12 dicembre 2015

La Cosa. Parte prima

E' da parecchio che non scrivevo su questo blog; non che non abbia incontrato muri ed ostacoli da maggio ad oggi, ma non sempre c'è bisogno di raccontare i propri muri o non sempre lo si può fare "in diretta".
Oggi voglio iniziare a raccontarvi la storia di un muro che non so nemmeno io quando è arrivato nella mia vita.
Questo muro ha un nome, un nome che fa paura anche solo a pensarlo. Si chiama Tumore, ma io quando ancora non lo sapevo, lo chiamavo banalmente La Cosa, ed è così che mi piace continuare a chiamarlo. A dire la verità il suo vero nome è ben più lungo ed incomprensibile. Tumore a cellule della granulosa di tipo adulto con componente di tipo giovanile. Capite ora perchè La Cosa è un nome sicuramente più accessibile.
Ebbene io non so quando La Cosa ha iniziato a crescere dentro di me. Ho scoperto che lei era li, attaccata al mio ovaio sinistro il 28 luglio 2015. Quel giorno ho saputo che lei c'era, anche se non sapevo ancora cosa fosse, non conoscevo il suo nome complicato e soprattutto non sapevo che cosa implicasse avere La Cosa.
Dato che le cose semplici a me non son mai piaciute, dovete sapere che nemmeno i medici dopo i primi esami riuscivano bene a capire di che cosa si trattasse. "Cellule della granulosa" era giusto appuntato con un punto di domanda dentro una parentesi e il nome provvisorio consisteva in un banale ed anonimo "Formazione ovarica".
Formazione ovarica che alla prima ecografia a fine luglio risultava grande 14x7 cm per arrivare al 16 settembre a misurare 15x13x12 cm.
Ma andiamo con calma.
Dopo quel famoso 28 luglio ho iniziato a frequentare con assidua frequenza ospedali e cliniche per eseguire una quantità di esami che neanche a mettere insieme gli ultimi cinque anni della mia vita ci sarei andata vicina. Alcuni, poi, con nomi mai sentiti prima come isteroscopia e colposcopia.
E tra gli altri, ci sono stati anche gli esami del sangue per i markers tumorali: negativi. Ma come?? Eh si, La mia amica Cosa è dispettosa e non si fa riconoscere.
Da una parte è un sollievo: sì, è grossa, ma probabilmente è "solo" una cisti e posso andare in vacanza senza sentirmi una malata di cancro, anzi io malata non mi sentivo proprio!
Ed eccoci a settembre: il prericovero e altri meravigliosi esami, il ricovero nella Week Surgery dell'Ospedale di Lecco, dove ho incontrato delle infermiere splendide (prima volta nella vita) e mercoledì 16.
E' il momento: i medici guarderanno in faccia La Cosa, la tireranno fuori della mia pancia e probabilmente capiranno più esattamente di che cosa si trattava veramente.
L'attesa sembra infinita, poi camice (orrendo), cuffietta (ancora più orrenda) e nient'altro: niente orecchini, niente catenina del nonno, niente orologio, solo io e La Cosa (e ovviamente un po' di paura). Si viaggia per i corridoi dell'ospedale, raggiungendo sale che non si vorrebbe mai raggiungere, aghi, solite domande dei dottori sul nome e la data di nascita (non si può rischiare di sbagliare paziente!), freddo, luci, persone, fatemi questa maledetta anestesia che mi sto agitando, il vuoto.
Il risveglio è difficile da raccontare perché si è troppo rimbambiti per capire e per ricordare. Mi hanno detto che mi sono svegliata giù da basso, ma io non lo so. Ricordo la camera e i dottori: tanti dottori. Ricordo benissimo Cecilia, la dottoressa con la frangetta che ha una bella voce e Giorgio, il medico giovane, simpatico e carino (e già occupato. ma questo l'ho scoperto solo tempo dopo, e poi non c'entra con il mio racconto). Ricordo che volevo sapere ma se mi hanno detto qualcosa di preciso io non me lo ricordo.
Poi i dottori sono andati via e al loro posto è arrivato il vomito: io la morfina non la reggo. Ogni conato è stato un dolore lancinante alla pancia.
17 settembre. Ho compiuto gli anni con un'ovaia in meno. Strano. La giornata inizia in modo traumatico: mi dicono che devo alzarmi dal letto. Ma come?? Di già?? Fascia ortopedica e via: dal letto alla sedia ad un metro, o forse meno, di distanza e mi sembra di aver conquistato la vetta dell'Everest. Il super rincoglionimento da anestetico prosegue: modalità zombie ON. Mi dicono che non si capisce nemmeno cosa provo perché sono senza espressione. Ahh, la chirurgia, che gioia!
Il vomito fa capolinea anche questa sera. E' di color verde abete. Curioso. Di nuovo, ogni conato la morte mia. Ma siamo tosti e tiriamo mattina: abbiamo scoperto che vado d'accordo con il paracetamolo.
Il 18 giro per il piccolo reparto che sembro una bambina appena impara a camminare: tutte le infermiere mi fanno i complimenti. E' confermato: sono tosta. E sono tosta (seee, magari!!!) anche quando il giorno successivo Giorgio mi dimette dicendomi che ora devo fare una puntura al giorno nella pancia per... 24 GIORNI!! Cosa? Scherziamo?? Lamentarmi è inutile.
Si torna a casa, faccio la servita e riverita per qualche giorno poi - maledizione - sono tosta per davvero e mi rimetto in forma troppo presto.

La storia sembra finita... e invece no: perché in questi casi a decretar la fine (o l'inizio) è l'esame istologico: l'analisi di alcune biopsie che mi son state fatte durante l'intervento, pezzi di me finiti sotto esame. Qui ci sta bene un bleah!
Ebbene, è stato proprio l'esame istologico a dare un nome a La Cosa. L'8 ottobre La Cosa è stata chiamata per la prima volta Tumore. Avevo un TUMORE. E adesso?

giovedì 22 gennaio 2015

Il muro.

Come tante volte mi ritrovo con questa pagina aperta.
E' sempre facile da aprire.
Ma non è così facile riempirla, e soprattutto chiuderla cliccando su quel "Pubblica" che ti osserva imperterrito in cima alla schermata.
Come ogni volta qui si tirano i fili, e quando è tempo di sbrogliare qualcosa, bisogna farlo.
Senza tanti giri di parole, senza troppi tentennamenti, Altrimenti non funziona.
Io sono ferma. Anche quando ho creduto di muovermi.
Forse non è stata solo colpa mia questa volta.
Credo che per quanto uno voglia restare a tutti i costi fermo immobile, se arriva una scossa inaspettata, tutta la fermezza si sgretoli senza lasciare il tempo di pensare a nulla.
Come quando da piccola giocavo in mare cercando di non farmi spostare dalle onde e inevitabilmente il mare l'aveva sempre vinta.
Ma oggi il mare è piatto.
Il mare è piatto. E io sono ferma, come uno scoglio.
Come un muro.
Io sono il muro. Quel muro che un tempo ho avuto davanti e un tempo ho avuto dietro.


Come si scavalca un muro, se il muro sei tu?

martedì 2 ottobre 2012

Time to change...

A volte è difficile trovare le parole, ma la voglia di comunicare ti spinge allo sforzo.
E quindi mi metto a cercarle le parole.
Non parole qualunqui, ma LE MIE PAROLE!
E' uno di quei momenti di cambiamento.
Passato il momento delle scelte, c'è quello del cambiamento.
Già, perchè le due cose non vanno esattamente di pari passo.
A volte scegliere, non significa automaticamente cambiare.
A volte scegliere è solo il prologo.
Dire ad alta voce da che parte si vuol cadere da qual famoso filo è solo il primo passo.
Ma poi, bisogna convincere DAVVERO se stessi.
E buttarsi.
Ecco, credo di averlo fatto.
Anzi, senza credo, l'ho fatto, ho saltato.
E ho pianto! Ma sono quelle lacrime che io definisco "belle", perchè consapevoli.
Certo la paura di aver perso qualcosa c'è, ma rileggendo le mie parole di un po' di tempo fa, ho capito che questa è una paura sciocca!
Non dobbiamo credere che scegliere significhi rimpicciolire la nostra possibilità d'azione.
E' difficile separarsi dalle persone, benchè di fatto siano già lontane. Perchè il problema è quando sia distante il tuo pensiero da lei.
Ma le paure e le difficoltà, vanno affrontate e superate. I muri io li voglio scavalcare.
Non mi basta chiudere gli occhi, o voltarmi, e nemmeno evitare l'ostacolo.
Il mio motto è preciso e non intendo tradirlo!
Scelgo la felicità. Anche quando non è facile. Perchè è più bello quando la si conquista con la fatica.
Scelgo la felicità, passando per le lacrime, perchè per guadagnare, prima bisogna sempre perdere qualcosa.
Lasciare non significa perdere, allegerire non significa dimenticare.
Il mio cuore resta gonfio.
E se ci penso, sorrido ancora.
Non ho perso nulla in tutto questo tempo. Nulla.
Amo il mio modo di essere. Al 100%.
"Senza riserve" mi era stato scritto e io lo faccio.






Grazie Ale, per tutto!








"Time to change..."

Sometimes it's hard to find the words, but the desire to communicate pushes you to the effort. 
And then I'm going to look for the words. 
Not any words, but MY WORDS! 
It's one of those moments of change. 
Passed time to decide, it's time of change. 
Yes, because the two things do not go exactly together.
Sometimes choose doesn't mean automatically change. 
Sometimes choose is only the prologue. 
Say aloud what side you want to drop by the famous wire is only the first step. 
But then, you have to REALLY convince yourself. 
And jump. 
So, I think I did. 
Nay, I think not, I did, I jumped. 
And I cried! But they are those tears that I call "beautiful", because conscious. 
Of course there is the fear of losing something, but re-reading my words of a little time ago, I realized that this is a silly fear! 
We have to believe that it doesn't mean to shrink our options for action. 
It's hard to part from people, though in fact they are already far away. Because the problem is how much your thinking is away from him. 
But the fears and difficulties must be addressed and overcome. I want to overcome the walls. 
It's not enough for me close my eyes or turn around, or avoid the obstacle. 
My motto is accurate and I will not betray it! 
I choose happiness. Even when it is not easy. Because is it more beautiful when you conquer it with fatigue. 
I choose happiness, through the tears, because to earn before you must always lose something. 
Leave doesn't mean losing, ease doesn't mean forgetting. 
My heart is full. 
And if I think about it, I smile again. 
I haven't lost anything in all this time. Nothing. 
I love my way of being. To 100%. 
Someone wrote to me "No reservations" and I do.

 Thanks Ale, for everything!

giovedì 6 settembre 2012

NON GUARDARSI MAI

Ci sono dei giorni,dei momenti in cui quello che ti è attorno non riesce a lasciarti indifferente.
Persone che ti colpiscono per il loro modo di vivere.
E allora cerchi di capire, di capire come si possa arrivare a fare certe scelte,
come si possa arrivare a credere che non si possa cambiare,
come si possa arrivare a pensare di essere solo ciò che si fa.
La vita a volte ci mette di fronte a difficoltà, imprevisti, burroni, MURI.
E noi, umani che siamo, cerchiamo la strategia migliore, quella che ci faccia soffrire meno, o quella che crediamo ci faccia soffrire meno. Spesso sono scelte inconsapevoli.
E, quando arrivano i pensieri, li rifiutiamo, scappiamo, chiediamo a quei pochi che cercano di farci tenere gli occhi aperti di andarsene, di non farsi più vedere. Un'altra scelta. Essere soli, impedire che qualcuno ci guardi, per evitare di dover guardare noi stessi.
Eppure, a volte, le persone compaiono senza avviso, impreviste e ci costrigono a riflettere.
E, anche se per l'ennesima volte ce ne libereremo, in qualunque modo (questo non conta), ormai ci sono state, costringendoci ad alzare lo sguardo allo specchio, anche solo per una sera.
Decidere di non guardarsi mai non è certo una scelta facile.
Ma se si è abbastanza forti per questo, forse lo si può essere anche per cambiare strada...


"NEVER LOOK AT THEMSELVES"
 
There are days, moments in which what is around you can not leave you indifferent.
People who affect you for their way of life.
And so you try to understand them, to understand how they can get to make some choices,
how they can believe that they can not change,
how they can get to think that they are only what they do.
Sometimes life put us in front of difficulties,
accidents, ravines, WALLS.
And we, humans that we are, look for the best strategy, that makes us suffer less, or that we believe makes us suffer less. They often are unconscious choices.
And, when
thoughts arrive, we reject them, we run, we ask those few who try to make us keep our eyes open to leave, to not be seen again from us. Another choice. Being alone, prevent someone look at us, to avoid having to look at ourselves.
Yet, sometimes, people appear without warning, unexpected, and force us to reflect.
And, even if once again we get rid of them, in any way (it doesn't count), by now they have been, forcing us to look up in the mirror, if only for one evening.
Deciding to never look at themselves is not an easy choice.
But if you are strong enough for this, perhaps you can also be to strong enough for change the road...

venerdì 29 giugno 2012

Opaco e sfocato

Sul gabinetto a scrivere... questo non mi era mai successo...
e invece oggi, eccomi qua.
Ammetto che la metafora è sgradevole, ma funziona bene.

Scrivere per buttare fuori ciò che si ha dentro, come se urlasse dalle viscere che vuole uscire...
eppure non sapere nemmeno bene di che cosa si tratta...
Forse riguarda le amicizie, o quelle che hanno assunto sfumature che vanno oltre...
non lo so...
Mi sento bloccata nelle scelte e nelle distanze degli altri.
Ma, soprattutto, bloccata nei miei pensieri, nelle decisioni che ancora non sono riuscita a prendere.
Aspettare? Lasciare? Dimenticare? Coltivare? Far passare? Insistere? Credere? Cambiare? Buttarsi?
Non lo so, non lo so...
E' il mese dei dubbi, forse perchè è giunta l'estate e l'estate segna l'inizio di un nuovo cerchio, ma soprattutto il termine di quello precedente... E a volte le giunture sono un problema.

Ma che diavolo sto scrivendo? Non lo so nemmeno io...

E' tutto opaco e sfocato
e come si può scavalcare un muro che non si riesce a vedere con nitidezza???

giovedì 29 dicembre 2011

... verso il 2012

E' passato poco più di un anno dalla creazione di questo blog, che un po' coincide con la fine del 2010.
E' stato un anno trascorso veloce come un fulmine,
ma un anno pieno, pienissimo.
Un anno colmo di persone, emozioni, amicizie, incertezze, lacrime, divertimento.
E' stato un anno di viaggio. E che viaggio!
Ho risalito burroni, scavalcato muri, scelto sentieri di fronte a bivi, corso per prati fioriti, nuotato tra gli scogli e, di tanto in tanto, mi son fermata a guardare l'orizzonte.
Ciò che ho fatto meno di tutto è stato il VOLTARMI INDIETRO. E questa è una novità, un bel segno di cambiamento. Ne sono felice e soddisfatta.
E' stato un anno BELLO. Molto più di quello precedente. Perchè è stato un anno PER ME.
Non si tratta di egocentrismo, ma di VIVERE a pieno, senza lasciare nemmeno un minuto alla mera sopravvivenza fisica. Ho passato un anno di piena vita, come spero sia sempre, da ora in avanti.
Alla fine dell'anno scorso avevo suggerito a tutti di trovare un vero proposito per il 2011, in primis a me stessa. Beh, in realtà, coscientemente, non ne avevo trovato nemmeno uno per me. Ma ad oggi, guardandomi da fuori, so che un proposito, invece, me l'ero data. Si trattava di scoprire come scavalcare quei famosi muri, perchè evitarli è chiaramente impossibile. Come trasformarli da ostacoli, a stimoli. Come guardarli con gli occhi di chi vuol scoprire, invece che di chi ci vede e basta.
Ed ora eccoci qua, alla fine di questo 2011, alle porte dell'anno nuovo. Eccoci, a tirare le somme, come si fa per abitudine, per bisogno. La fine dell'anno mi riporta alla mente, nitida come non mai, la MORTE. Penso ad Andrea e a quando toccherà a me. E sì, lo ammetto, ancora mi fa paura.
Non ho molto altro da dire, oltre a ciò che ho già scritto. Anche perchè molte cose son celate in queste poche parole e i molti grazie camuffati tra le righe.
E io sono qua, stabile nel mio oggi, chiedendo solo una cosa a questo 2012 in arrivo: continuare a sentirmi "in aria", perchè come ci insegna Peter Pan si può volare solo avendo nella testa PENSIERI FELICI.

giovedì 23 giugno 2011

Per te, amica mia!

Non sempre i muri che scorgiamo innanzi son per noi.
A volte quei muri sono per un'amica.
E tu sei li semplicemente per aiutare nella scalata.
A volte non è nemmeno così necessario un'aiuto pratico: è giusto che si lasci a ognuno la libertà di farcela a proprio modo.
Ciò che conta davvero è la presenza. Sapere di avere una persona che ti protegge le spalle, che ti raccoglie da terra dopo i tentativi falliti, che ti incoraggia a non mollare, che esulta con te nel momento della vittoria.
Ecco: voglio stare li. Per te, amica mia.
Come in fondo tu hai già fatto per me. <3

sabato 11 giugno 2011

La rotta

Dobbiamo essere noi i navigatori di noi stessi.
Non possiamo affidarci solo alle onde e alla loro imprevedibilità.
Non basta andare, ma si deve viaggiare guardando l'orizzonte, supper a volte possa essere sconosciuto.
A volte basta la direzione, non la meta.
E il più delle volte, una canzone di sottofondo, da cantare a squarciagola, e da ballare sul ponte di comando.
Sentirsi vivi è al priorità,
tutto il resto viene dopo.
Sentirsi leggeri, pronti a lasciare per avere,
perdere per guadagnare.
E anche alzarsi presto e dormire poco non è più un problema.
Esistono solo i muri che ti costruisci da sola.

lunedì 14 marzo 2011

Come d'incanto

Come d'incanto arrivano con forza a buttarti fuori.
Ti obbligano, senza nemmeno farsi vedere, a lasciare quel bel giardino che conoscevi da anni e che a volte tu stessa avevi provato ad annaffiare.
Ti fanno sentire una ladra, come se tu fossi li per rubare i colori a quei fiori meravigliosi.
E invece no. Non è vero niente.
Scavalco il muretto per rispetto, per amore di quel giardino, tanto bello quanto proibito.
E resto fuori così, con in mano i petali secchi conservati negli autunni trascorsi, quando il giardino mi chiamava ed io arrivavo a raccontargli di me.

venerdì 18 febbraio 2011

Il sogno

Stanotte ho sognato che qualcuno mi infilasse qualcosa di tagliente e appuntito nell'occhio sinistro.
Beh, il mio corpo lo ha sentito, veramente. Più reale che mai!
Ma non c'era il dolore, solo l'allucinante sensazione di avere un occhio perforato.
Il terrore di perdere uno dei due soli punti di vista che la natura umana ci mette a disposizione.
Poi arriva il risveglio e la consapevolezza che quello era semplicemente un sogno. Uno dei miei tanti. Uno dei più tipici.
Ultimamente sto guardando alla mia vita in modo diverso, come se, veramente mi avessero privato di un occhio.
E c'è qualcosa che lo rimpiazza che mi sta dando un nuovo punto di vista da cui guardare e che non avevo mai considerato.
Ora vedo quando sono fortunata.
Fortunata di essere nata dove sono nata.
Fortunata dei genitori che ho
Fortunata dei fratelli che ho.
Fortunata della casa che ho.
Fortunata delle mille oppurtunità che la vita non mi ha mai precluso.
E mi sento così sciocca per essere stata capace, in passato, di pensare che tutto questo non fosse importante, che forse avrei preferito sparire nel BIANCO cosmico delle caverne che stanno dietro alle nostre fronti.
E mi rivedo a scrivere tutto su quel quaderno che era così mio e poi è diventato così tuo, tanto da averlo dovuto bruciare.
Bruciare te e la morte nello stesso istante. Ecco, cosa ho fatto quella sera sul mio balcone.
Quella sera ho inziato ad affilare la punta dell'arma tagliente del sogno.
Ed ora eccomi qua, più ferita e sanguinante che mai. Eppure forte come un leone! Forte di me stessa.
Quanto sono bassi certi muri a guardarli ora, così lontani!